{"id":526,"date":"2026-07-30T13:38:59","date_gmt":"2026-07-30T13:38:59","guid":{"rendered":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/?p=526"},"modified":"2026-07-30T13:39:00","modified_gmt":"2026-07-30T13:39:00","slug":"ai-literacy-come-competenza-interculturale-le-recenti-riflessioni-dei-proff-adamoli-e-marangi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/2026\/07\/30\/ai-literacy-come-competenza-interculturale-le-recenti-riflessioni-dei-proff-adamoli-e-marangi\/","title":{"rendered":"AI Literacy come competenza interculturale: le recenti riflessioni dei Proff. Adamoli e Marangi"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel giro di pochi anni, l\u2019Intelligenza Artificiale \u00e8 passata dall\u2019essere un tema di ricerca a una presenza quotidiana nelle vite dei bambini. Assistenti vocali, chatbot, piattaforme educative: strumenti che promettono immediatezza, personalizzazione, risposte sempre disponibili. Ma dietro questa apparente semplicit\u00e0 si muove un cambiamento profondo, che riguarda non solo la tecnologia, ma il modo stesso in cui i pi\u00f9 piccoli imparano, comunicano, costruiscono la propria identit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il saggio \u201c<em>AI literacy as intercultural competence: an inclusive framework for early childhood in the post-digital age<\/em>\u201d, recentemente pubblicato sul prestigioso <em>Journal of Inclusive Methodology and Technology in Learning and Teaching<\/em>, di <strong>Matteo Adamoli <\/strong>e<strong> Michele Marangi<\/strong>, docenti eCampus e membri del <strong>Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale (CREDDI)<\/strong>, parte da una constatazione netta: i modelli linguistici generativi \u2013 quelli che alimentano sistemi come ChatGPT, Gemini o Claude \u2013 non \u201cpensano\u201d, ma producono previsioni probabilistiche. \u00c8 proprio questa fluidit\u00e0 linguistica, cos\u00ec convincente, a creare una nuova condizione cognitiva: l\u2019epistemia, ovvero la sensazione di sapere senza aver realmente compreso. Per un adulto, questo pu\u00f2 essere un rischio gestibile. Per un bambino, \u00e8 un terreno scivoloso. I Proff. Adamoli e Marangi descrivono l\u2019infanzia contemporanea come un osservatorio privilegiato per capire la trasformazione digitale. I bambini vivono in un ambiente in cui online e offline non sono pi\u00f9 separabili: ogni gesto, ogni ricerca, ogni interazione passa attraverso piattaforme che raccolgono dati, profilano comportamenti, modellano preferenze.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La <em>datafication<\/em> \u2013 la trasformazione della vita in dati \u2013 non \u00e8 un fenomeno astratto: significa che l\u2019identit\u00e0 dei bambini si costruisce dentro architetture progettate per massimizzare l\u2019engagement, e questo solleva questioni etiche enormi: chi controlla questi dati? Chi decide quali contenuti vengono mostrati? Quali bias culturali vengono incorporati negli algoritmi?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A tutto questo si aggiunge un\u2019altra tensione: la velocit\u00e0. La tecnologia accelera, mentre lo sviluppo cognitivo ed emotivo richiede tempo, lentezza, ripetizione. Il rischio \u00e8 un cortocircuito che indebolisce funzioni essenziali come la concentrazione profonda, la capacit\u00e0 critica, la costruzione autonoma del pensiero. I bambini, soprattutto tra i 3 e gli 8 anni, attribuiscono facilmente intenzioni, emozioni e stati mentali agli oggetti. Quando un <em>chatbot<\/em> risponde con tono amichevole, quando un assistente vocale usa la prima persona, quando un personaggio digitale mostra empatia simulata, il confine tra simulazione e relazione si assottiglia. L\u2019AI diventa un \u201cquasi-altro\u201d, un interlocutore che sembra capire, ascoltare, accompagnare. Ma non lo fa: imita. E questa imitazione, se non mediata da adulti competenti, pu\u00f2 generare dipendenze affettive, confusione simbolica, sovrastima dell\u2019autorit\u00e0 algoritmica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cuore del saggio \u00e8 una proposta forte: l\u2019AI Literacy deve essere ripensata come competenza interculturale. Non basta insegnare ai bambini come funziona un algoritmo o come si scrive un prompt. Serve una alfabetizzazione che intrecci la comprensione dei meccanismi statistici dei modelli linguistici, la consapevolezza dei bias e delle asimmetrie di potere, la capacit\u00e0 di validare criticamente le risposte e l\u2019empowerment, ovvero la possibilit\u00e0 di usare la tecnologia senza esserne dominati. Le ricerche citate dagli autori mostrano che l\u2019uso consapevole dell\u2019AI favorisce lo sviluppo di competenze interculturali: apertura, curiosit\u00e0, capacit\u00e0 di decentramento. Ma questo accade solo quando la tecnologia \u00e8 inserita in un percorso educativo intenzionale, non quando sostituisce la relazione. Un punto particolarmente interessante del saggio riguarda la distinzione tra \u201c<em>surface culture<\/em>\u201d e \u201c<em>deep culture<\/em>\u201d. L\u2019AI \u00e8 molto brava a riconoscere la prima: tradizioni, simboli, parole, comportamenti osservabili. Ma fallisce sistematicamente sulla seconda: valori, emozioni, impliciti culturali, sfumature affettive. Per questo, spiegano Adamoli e Marangi, l\u2019AI rischia di riprodurre modelli dominanti \u2013 eurocentrici, anglofoni, standardizzati \u2013 che non rappresentano la pluralit\u00e0 dei bambini che vivono nelle nostre scuole e nei nostri servizi educativi. Senza una progettazione sensibile alle differenze, l\u2019AI pu\u00f2 diventare un dispositivo di assimilazione, non di inclusione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il saggio insiste su un punto decisivo: la qualit\u00e0 della mediazione adulta. Non basta \u201ccontrollare\u201d l\u2019uso dei dispositivi; occorre accompagnare i bambini nella comprensione del funzionamento dell\u2019AI, nella decodifica delle sue intenzioni apparenti, nella costruzione di un rapporto sano con la tecnologia. Educatori e genitori diventano architetti di senso, non tecnici. La loro funzione \u00e8 garantire che l\u2019AI non sostituisca la relazione, ma la arricchisca; che non imponga modelli culturali, ma apra spazi di confronto; che non generi dipendenza, ma favorisca autonomia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il contributo di Adamoli e Marangi si colloca dentro un dibattito internazionale che sta ridefinendo la cittadinanza digitale. L\u2019AI non \u00e8 solo uno strumento: \u00e8 un ambiente. E come ogni ambiente, pu\u00f2 essere abitato in modo consapevole o inconsapevole, critico o passivo, inclusivo o escludente. Per questo l\u2019AI Literacy deve diventare una competenza fondamentale gi\u00e0 nella prima infanzia: non per insegnare ai bambini a usare l\u2019AI, ma per aiutarli a non esserne usati. In un mondo in cui la tecnologia parla, risponde, suggerisce, interpreta, l\u2019educazione deve insegnare a fare una cosa semplice e rivoluzionaria: domandare, dubitare, scegliere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per l&#8217;articolo completo <a href=\"https:\/\/inclusiveteaching.it\/index.php\/inclusiveteaching\/article\/view\/618\">cliccate qui<\/a>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel giro di pochi anni, l\u2019Intelligenza Artificiale \u00e8 passata dall\u2019essere un tema di ricerca a una presenza quotidiana nelle vite dei bambini. Assistenti vocali, chatbot, piattaforme educative: strumenti che promettono immediatezza, personalizzazione, risposte sempre disponibili. Ma dietro questa apparente semplicit\u00e0 si muove un cambiamento profondo, che riguarda non solo la tecnologia, ma il modo stesso &hellip; <a href=\"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/2026\/07\/30\/ai-literacy-come-competenza-interculturale-le-recenti-riflessioni-dei-proff-adamoli-e-marangi\/\" class=\"more-link\">Continue reading <span class=\"screen-reader-text\">AI Literacy come competenza interculturale: le recenti riflessioni dei Proff. Adamoli e Marangi<\/span> <span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-526","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-uncategorized"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/526","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=526"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/526\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":527,"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/526\/revisions\/527"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=526"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=526"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/creddi.uniecampus.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=526"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}