Nel numero recentemente uscito della rivista “Culture pedagogiche e scenari educativi”, dedicato alla call “Risignificare i corpi delle donne nell’era del neo-patriarcato e dell’intelligenza artificiale”, i saggi di Farnaz Farahi ed Elisa Zane, docenti eCampus e membri del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale (CREDDI), emergono come due traiettorie complementari che, pur muovendosi in contesti diversi, convergono nel mostrare come la corporeità femminile sia oggi attraversata da dispositivi di potere che tentano di normarla, disciplinarla, renderla leggibile secondo codici imposti. La cornice scientifica ed editoriale richiama la necessità di riconoscere nei corpi delle donne non solo la storia delle loro oppressioni ma anche la forza del desiderio, della trasformazione e dell’agency, permette di cogliere con maggiore nitidezza la portata pedagogica dei due contributi: entrambi mostrano che il corpo non è mai un dato, ma un campo di forze, un luogo di conflitto e di possibilità.
Nel saggio di Farahi, “Corporeità femminile e agency nelle rivolte iraniane. Spunti pedagogici” il corpo delle donne iraniane diventa il punto di rottura di un ordine simbolico che da decenni tenta di cancellarne la presenza autonoma. Le immagini delle manifestanti che si tagliano una ciocca di capelli o bruciano la fotografia della Guida Suprema non sono semplici documenti di protesta, ma gesti che si fanno linguaggio, segni che decentrano lo sguardo e producono contro-narrazioni capaci di incrinare la doxa patriarcale. In un contesto in cui la sharia viene interpretata come dispositivo di subordinazione femminile e la polizia morale esercita un controllo capillare sui corpi, ogni gesto di esposizione diventa un atto politico che sfida l’egemonia e apre spazi di soggettivazione. L’autrice mostra come la corporeità, lungi dall’essere un oggetto passivo, sia un soggetto attivo che genera significati, che interroga le norme, che costringe la società a riconoscere la pluralità delle sue voci. La protesta femminile iraniana, letta attraverso Gramsci, Bourdieu e Nussbaum, rivela che la resistenza non nasce dall’astrazione, ma dalla materia viva del corpo, dalla sua capacità di farsi racconto, di produrre immaginazione politica, di trasformare lo scarto in risorsa. In questo senso, la pedagogia è chiamata a riconoscere che ogni gesto corporeo che rompe la norma è già un esercizio di agency, un atto formativo che insegna a pensare la differenza non come minaccia ma come possibilità.
Il saggio di Zane, “Soggettività ibride e violenze digitali: prospettive pedagogiche sulla corporeità femminile nell’ecosistema tecno-sociale” si colloca su un fronte apparentemente distante, ma in realtà profondamente connesso: quello dell’ecosistema tecno-sociale in cui i corpi femminili vengono ricodificati, metricizzati, resi visibili o invisibili da algoritmi che operano come nuove forme di disciplinamento. Se in Iran la violenza è esplicita, istituzionalizzata, nel mondo digitale essa assume forme opache, distribuite, incorporate nelle architetture delle piattaforme. Il corpo femminile diventa una “seconda pelle” mediale, una superficie di esposizione che amplifica alcune dimensioni dell’esperienza incarnata e ne attenua altre, producendo configurazioni ambivalenti di emancipazione e vulnerabilità. La visibilità digitale non è mai neutrale: ciò che appare è filtrato da criteri algoritmici che privilegiano determinati modelli corporei, estetici, comportamentali, trasformando la desiderabilità in un effetto di calcolo. In questo scenario, la violenza digitale – dal body shaming alla sextortion, dal doxing al cyberstalking – non è un incidente, ma un dispositivo strutturale che spettacolarizza la vulnerabilità e monetizza l’odio. Zane mostra come la figura del cyborg di Haraway permetta di pensare la soggettività contemporanea come assemblaggio ibrido, attraversato da forze tecniche e culturali, e come la pedagogia debba diventare lettura critica dei codici che plasmano identità, relazioni, possibilità di autodeterminazione. La tecnologia non è un semplice strumento, ma un ambiente epistemico che produce corpi, immaginari, futuri.
Emerge dai due saggi, dunque, un invito a pensare il corpo femminile come spazio di esperienza, apprendimento, relazione e autodeterminazione. È in questa direzione che la riflessione pedagogica trova legittimità: risignificare i corpi delle donne significa restituire loro densità, voce, desiderio, e riconoscere che ogni corpo, anche quando è ferito, anche quando è esposto, anche quando è ricodificato, può diventare luogo di libertà, di educazione e di autoeducazione.
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