AI Literacy come competenza interculturale: le recenti riflessioni dei Proff. Adamoli e Marangi

Nel giro di pochi anni, l’Intelligenza Artificiale è passata dall’essere un tema di ricerca a una presenza quotidiana nelle vite dei bambini. Assistenti vocali, chatbot, piattaforme educative: strumenti che promettono immediatezza, personalizzazione, risposte sempre disponibili. Ma dietro questa apparente semplicità si muove un cambiamento profondo, che riguarda non solo la tecnologia, ma il modo stesso in cui i più piccoli imparano, comunicano, costruiscono la propria identità.

Il saggio “AI literacy as intercultural competence: an inclusive framework for early childhood in the post-digital age”, recentemente pubblicato sul prestigioso Journal of Inclusive Methodology and Technology in Learning and Teaching, di Matteo Adamoli e Michele Marangi, docenti eCampus e membri del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale (CREDDI), parte da una constatazione netta: i modelli linguistici generativi – quelli che alimentano sistemi come ChatGPT, Gemini o Claude – non “pensano”, ma producono previsioni probabilistiche. È proprio questa fluidità linguistica, così convincente, a creare una nuova condizione cognitiva: l’epistemia, ovvero la sensazione di sapere senza aver realmente compreso. Per un adulto, questo può essere un rischio gestibile. Per un bambino, è un terreno scivoloso. I Proff. Adamoli e Marangi descrivono l’infanzia contemporanea come un osservatorio privilegiato per capire la trasformazione digitale. I bambini vivono in un ambiente in cui online e offline non sono più separabili: ogni gesto, ogni ricerca, ogni interazione passa attraverso piattaforme che raccolgono dati, profilano comportamenti, modellano preferenze.

La datafication – la trasformazione della vita in dati – non è un fenomeno astratto: significa che l’identità dei bambini si costruisce dentro architetture progettate per massimizzare l’engagement, e questo solleva questioni etiche enormi: chi controlla questi dati? Chi decide quali contenuti vengono mostrati? Quali bias culturali vengono incorporati negli algoritmi?

A tutto questo si aggiunge un’altra tensione: la velocità. La tecnologia accelera, mentre lo sviluppo cognitivo ed emotivo richiede tempo, lentezza, ripetizione. Il rischio è un cortocircuito che indebolisce funzioni essenziali come la concentrazione profonda, la capacità critica, la costruzione autonoma del pensiero. I bambini, soprattutto tra i 3 e gli 8 anni, attribuiscono facilmente intenzioni, emozioni e stati mentali agli oggetti. Quando un chatbot risponde con tono amichevole, quando un assistente vocale usa la prima persona, quando un personaggio digitale mostra empatia simulata, il confine tra simulazione e relazione si assottiglia. L’AI diventa un “quasi-altro”, un interlocutore che sembra capire, ascoltare, accompagnare. Ma non lo fa: imita. E questa imitazione, se non mediata da adulti competenti, può generare dipendenze affettive, confusione simbolica, sovrastima dell’autorità algoritmica. 

Il cuore del saggio è una proposta forte: l’AI Literacy deve essere ripensata come competenza interculturale. Non basta insegnare ai bambini come funziona un algoritmo o come si scrive un prompt. Serve una alfabetizzazione che intrecci la comprensione dei meccanismi statistici dei modelli linguistici, la consapevolezza dei bias e delle asimmetrie di potere, la capacità di validare criticamente le risposte e l’empowerment, ovvero la possibilità di usare la tecnologia senza esserne dominati. Le ricerche citate dagli autori mostrano che l’uso consapevole dell’AI favorisce lo sviluppo di competenze interculturali: apertura, curiosità, capacità di decentramento. Ma questo accade solo quando la tecnologia è inserita in un percorso educativo intenzionale, non quando sostituisce la relazione. Un punto particolarmente interessante del saggio riguarda la distinzione tra “surface culture” e “deep culture”. L’AI è molto brava a riconoscere la prima: tradizioni, simboli, parole, comportamenti osservabili. Ma fallisce sistematicamente sulla seconda: valori, emozioni, impliciti culturali, sfumature affettive. Per questo, spiegano Adamoli e Marangi, l’AI rischia di riprodurre modelli dominanti – eurocentrici, anglofoni, standardizzati – che non rappresentano la pluralità dei bambini che vivono nelle nostre scuole e nei nostri servizi educativi. Senza una progettazione sensibile alle differenze, l’AI può diventare un dispositivo di assimilazione, non di inclusione.

Il saggio insiste su un punto decisivo: la qualità della mediazione adulta. Non basta “controllare” l’uso dei dispositivi; occorre accompagnare i bambini nella comprensione del funzionamento dell’AI, nella decodifica delle sue intenzioni apparenti, nella costruzione di un rapporto sano con la tecnologia. Educatori e genitori diventano architetti di senso, non tecnici. La loro funzione è garantire che l’AI non sostituisca la relazione, ma la arricchisca; che non imponga modelli culturali, ma apra spazi di confronto; che non generi dipendenza, ma favorisca autonomia.

Il contributo di Adamoli e Marangi si colloca dentro un dibattito internazionale che sta ridefinendo la cittadinanza digitale. L’AI non è solo uno strumento: è un ambiente. E come ogni ambiente, può essere abitato in modo consapevole o inconsapevole, critico o passivo, inclusivo o escludente. Per questo l’AI Literacy deve diventare una competenza fondamentale già nella prima infanzia: non per insegnare ai bambini a usare l’AI, ma per aiutarli a non esserne usati. In un mondo in cui la tecnologia parla, risponde, suggerisce, interpreta, l’educazione deve insegnare a fare una cosa semplice e rivoluzionaria: domandare, dubitare, scegliere.

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TEACHAI: una prospettiva partecipativa sulla valutazione di impatto sociale nelle parole dei Proff. Emanuel e Rondonotti

Durante il convegno “Valutazione di Impatto Sociale tra ricerca valutativa e funzione formativa”, svolto a Firenze presso l’Università degli Studi – Dipartimento FORLILPSI, nelle giornate del 2–3 luglio, dedicato alla valutazione di impatto sociale, Federica Emanuel e Marco Rondonotti, docenti eCampus e membri del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale (CREDDI), hanno presentato il contributo “Dalla rilevazione alla trasformazione: valutare l’impatto di TEACHAI nei contesti socioeducativi”, proponendo una riflessione che intreccia Intelligenza Artificiale, ricerca valutativa e cambiamento nei servizi educativi e socioeducativi.

L’intervento ha preso avvio da un presupposto chiaro: l’IA non può essere osservata soltanto attraverso indicatori di diffusione o frequenza d’uso. Non è sufficiente chiedersi se educatori, insegnanti e professionisti utilizzino strumenti di IA; occorre comprendere come se ne approprino, con quali livelli di consapevolezza critica, quali condizioni organizzative ne abilitino l’uso e quali ricadute producano sulle pratiche professionali.

In questa prospettiva, il progetto TEACHAI – sviluppato insieme a Paolo Raviolo, Michele Marangi, Matteo Adamoli, Serena Mazzoli e Farnaz Farahi del CREDDI – è stato presentato come un percorso orientato a sostenere un’adozione dell’IA nei contesti educativi secondo un approccio humancentered e partecipativo. Il progetto permette di rilevare atteggiamenti, usi, bisogni formativi e condizioni di contesto, con l’obiettivo non solo di descrivere ciò che accade, ma anche di accompagnare processi di consapevolezza, formazione e trasformazione.

Un passaggio centrale dell’intervento ha riguardato il modo di intendere la valutazione di impatto sociale. L’impatto non è stato definito come un risultato finale da misurare ex post, né come una semplice prova di efficacia. È stato invece interpretato come un insieme di trasformazioni progressive che possono emergere lungo il percorso: apprendimenti professionali, crescita dell’agency, sviluppo di capacità critiche, cambiamenti nelle pratiche, emersione di bisogni organizzativi e produzione di evidenze utili anche per la governance e la comunicazione istituzionale.

Da qui deriva l’idea di una valutazione multilivello, capace di integrare dati quantitativi e qualitativi. Nel caso di TEACHAI, il cambiamento può essere osservato:

  • a livello individuale e professionale, nelle rappresentazioni e negli atteggiamenti verso l’IA;
  • a livello relazionale e di équipe, nelle forme di confronto e riflessività collettiva;
  • a livello organizzativo, nei bisogni formativi, nelle procedure e nelle condizioni abilitanti;
  • a livello sociale e istituzionale, nella possibilità di produrre evidenze comunicabili e utili per orientare decisioni, policy e processi di accountability.

L’intervento ha sottolineato come la valutazione, nei contesti socioeducativi, non debba limitarsi a osservare il cambiamento dall’esterno. Se integrata nella ricercaazione partecipativa, può diventare essa stessa parte del cambiamento: uno spazio di apprendimento, restituzione, confronto e legittimazione.

In questo senso, valutare l’impatto di TEACHAI significa accompagnare professionisti e organizzazioni nel passaggio da un uso tecnico dell’IA a una sua appropriazione critica, consapevole e orientata al valore educativo e sociale.

Sito evento: https://sites.google.com/forlilpsi.unifi.it/public-engagement/home-page/la-valutazione-di-impatto-sociale-tra-ricerca-valutativa-e-funzione-formati 

Corpi femminili che resistono, corpi femminili che si ibridano. Contributi pedagogici delle Prof.sse Farahi e Zane nella rivista “Culture pedagogiche e scenari educativi”

Nel numero recentemente uscito della rivista “Culture pedagogiche e scenari educativi”, dedicato alla call “Risignificare i corpi delle donne nell’era del neo-patriarcato e dell’intelligenza artificiale”, i saggi di Farnaz Farahi ed Elisa Zane, docenti eCampus e membri del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale (CREDDI), emergono come due traiettorie complementari che, pur muovendosi in contesti diversi, convergono nel mostrare come la corporeità femminile sia oggi attraversata da dispositivi di potere che tentano di normarla, disciplinarla, renderla leggibile secondo codici imposti. La cornice scientifica ed editoriale richiama la necessità di riconoscere nei corpi delle donne non solo la storia delle loro oppressioni ma anche la forza del desiderio, della trasformazione e dell’agency, permette di cogliere con maggiore nitidezza la portata pedagogica dei due contributi: entrambi mostrano che il corpo non è mai un dato, ma un campo di forze, un luogo di conflitto e di possibilità.

Nel saggio di Farahi, “Corporeità femminile e agency nelle rivolte iraniane. Spunti pedagogici” il corpo delle donne iraniane diventa il punto di rottura di un ordine simbolico che da decenni tenta di cancellarne la presenza autonoma. Le immagini delle manifestanti che si tagliano una ciocca di capelli o bruciano la fotografia della Guida Suprema non sono semplici documenti di protesta, ma gesti che si fanno linguaggio, segni che decentrano lo sguardo e producono contro-narrazioni capaci di incrinare la doxa patriarcale. In un contesto in cui la sharia viene interpretata come dispositivo di subordinazione femminile e la polizia morale esercita un controllo capillare sui corpi, ogni gesto di esposizione diventa un atto politico che sfida l’egemonia e apre spazi di soggettivazione. L’autrice mostra come la corporeità, lungi dall’essere un oggetto passivo, sia un soggetto attivo che genera significati, che interroga le norme, che costringe la società a riconoscere la pluralità delle sue voci. La protesta femminile iraniana, letta attraverso Gramsci, Bourdieu e Nussbaum, rivela che la resistenza non nasce dall’astrazione, ma dalla materia viva del corpo, dalla sua capacità di farsi racconto, di produrre immaginazione politica, di trasformare lo scarto in risorsa. In questo senso, la pedagogia è chiamata a riconoscere che ogni gesto corporeo che rompe la norma è già un esercizio di agency, un atto formativo che insegna a pensare la differenza non come minaccia ma come possibilità.

Il saggio di Zane, “Soggettività ibride e violenze digitali: prospettive pedagogiche sulla corporeità femminile nell’ecosistema tecno-sociale” si colloca su un fronte apparentemente distante, ma in realtà profondamente connesso: quello dell’ecosistema tecno-sociale in cui i corpi femminili vengono ricodificati, metricizzati, resi visibili o invisibili da algoritmi che operano come nuove forme di disciplinamento. Se in Iran la violenza è esplicita, istituzionalizzata, nel mondo digitale essa assume forme opache, distribuite, incorporate nelle architetture delle piattaforme. Il corpo femminile diventa una “seconda pelle” mediale, una superficie di esposizione che amplifica alcune dimensioni dell’esperienza incarnata e ne attenua altre, producendo configurazioni ambivalenti di emancipazione e vulnerabilità. La visibilità digitale non è mai neutrale: ciò che appare è filtrato da criteri algoritmici che privilegiano determinati modelli corporei, estetici, comportamentali, trasformando la desiderabilità in un effetto di calcolo. In questo scenario, la violenza digitale – dal body shaming alla sextortion, dal doxing al cyberstalking – non è un incidente, ma un dispositivo strutturale che spettacolarizza la vulnerabilità e monetizza l’odio. Zane mostra come la figura del cyborg di Haraway permetta di pensare la soggettività contemporanea come assemblaggio ibrido, attraversato da forze tecniche e culturali, e come la pedagogia debba diventare lettura critica dei codici che plasmano identità, relazioni, possibilità di autodeterminazione. La tecnologia non è un semplice strumento, ma un ambiente epistemico che produce corpi, immaginari, futuri.

Emerge dai due saggi, dunque, un invito a pensare il corpo femminile come spazio di esperienza, apprendimento, relazione e autodeterminazione. È in questa direzione che la riflessione pedagogica trova legittimità: risignificare i corpi delle donne significa restituire loro densità, voce, desiderio, e riconoscere che ogni corpo, anche quando è ferito, anche quando è esposto, anche quando è ricodificato, può diventare luogo di libertà, di educazione e di autoeducazione.

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CREDDI, CGM e CO&SO: una giornata dedicata all’AI nel lavoro socioeducativo

Si è tenuto il 2 luglio 2026, negli spazi del Firenze Welcome Center, l’incontro dal titolo L’Intelligenza Artificiale nel lavoro socioeducativo. L’appuntamento, promosso dal Consorzio Nazionale CGM, da CO&SO edal CREDDI – Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale, ha riunito studiosi e  professionisti del settore educativo e sociale per una mattinata di confronto dedicata alle trasformazioni introdotte dall’AI nelle pratiche quotidiane degli operatori.

Il buon numero di partecipanti, in presenza e online, ha rivelato un interesse diffuso, inizialmente attraverso i saluti istituzionali e l’introduzione affidata a Paolo Raviolo, direttore del CREDDI, e Giusi Biagi, presidente del Consorzio CGM. La mattinata è stata coordinata da Flaviano Zandonai, Open Innovation Manager di CGM, che ha guidato il ritmo degli interventi e la cornice interpretativa dell’incontro. Il Prof. Raviolo ha presentato una cornice concettuale in merito agli obiettivi e alle strategie di sviluppo della ricerca TEACH‑AI, delineandola come una delle iniziative più significative avviate dal CREDDI: il progetto infatti ha indagato la percezione, la conoscenza e l’uso dell’intelligenza artificiale generativa nei servizi socio‑educativi e scolastici italiani, sottolineando la natura comunitaria e co‑partecipata del progetto, sviluppato insieme agli attori del settore, come il Consorzio CGM, e orientato a individuare gli aspetti chiave per un uso consapevole e funzionale dell’AI nei contesti educativi e sociali. Le sue parole hanno evidenziato anche la forte attività di divulgazione: «La ricerca è stata presentata in 12 convegni nazionali e internazionali ed è stata oggetto di 15 pubblicazioni», un dato che ha mostrato l’ampiezza dell’interesse scientifico e professionale generato dal progetto. Infine, è stata richiamata l’attenzione sugli obiettivi strategici di TEACH‑AI: elaborare un quadro di riferimento per la trasformazione digitale del settore, evidenziare opportunità e criticità, co‑progettare competenze e politiche con le organizzazioni del territorio, e garantire un’integrazione etica e sostenibile dell’AI, sempre nel rispetto delle relazioni umane e delle responsabilità educative.

Il programma è proseguito con una prima sessione dedicata ai risultati del progetto TEACH-AI, presentati da Marco Rondonotti e Federica Emanuel (CREDDI), Marco Rondonotti e Federica Emanuel hanno presentato i risultati della ricerca, illustrando come il progetto abbia studiato in profondità il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro socio‑educativo: i due ricercatori hanno descritto le principali dimensioni indagate, spiegando che il questionario ha esplorato affordance‑in‑practice, capability, sentiment, conoscenza, utilizzo e orientamento futuro, così come la formazione sull’AI sia risultata ancora limitata. Una parte centrale dell’intervento ha riguardato la cluster analysis, che ha identificato quattro profili di utenti nei confronti dell’AI: adattivi, oppositivi, ricettivi, indifferenti. I ricercatori hanno spiegato che questi cluster hanno permesso di comprendere come i professionisti “vivano” la relazione con l’AI, tra aperture, resistenze, timori e potenzialità. Infine, Rondonotti ed Emanuel hanno presentato gli indici di crescita potenziale e di agentività, mettendo a confronto CGM e altri contesti ed esplicitando come la formazione, i ruoli professionali e le caratteristiche dei servizi influenzino la capacità degli operatori di integrare l’AI nel lavoro quotidiano.

Michele Marangi e Matteo Adamoli (CREDDI) hanno illustrato le prossime fasi della ricerca TEACH‑AI, concentrandosi in particolare sui percorsi di formazione e sulle sperimentazioni che il progetto ha previsto nei contesti socio‑educativi. L’AI può rappresentare uno strumento strategico per migliorare l’efficienza amministrativa, potenziare la comunicazione interna ed esterna, supportare la co‑progettazione e il monitoraggio degli interventi, rafforzare la formazione del personale e arricchire le pratiche educative rivolte ai beneficiari. Hanno poi ripreso le tre dimensioni chiave del modello TEACH‑AI – affordance‑in‑practice, capability/deprivation, sentiment – e hanno mostrato come queste abbiano guidato la costruzione di strumenti e indicatori utili a leggere l’integrazione dell’AI nei contesti di lavoro. Nella parte finale, hanno delineato le prospettive future della ricerca, indicando tre direzioni principali: la co‑progettazione di strategie e policy con gli enti coinvolti, la gestione quotidiana dell’AI nei servizi socio‑educativi, e la promozione dell’AI literacy nel Terzo Settore, introducendo inoltre il concetto di AI riflessiva, descrivendo l’AI come «strumento di auto‑osservazione» capace di restituire dati utili alla progettazione interna, alla sostenibilità organizzativa e alla valutazione degli esiti educativi.

Dopo la pausa, la riflessione si è spostata sul tema dell’IA al servizio della persona, grazie ai contributi di Farnaz Farahi e Serena Mazzoli (CREDDI), che hanno portato al centro della mattinata una riflessione profondamente pedagogica sul rapporto tra intelligenza artificiale e persona, le due relatrici hanno spostato l’attenzione dalla performance tecnologica alla qualità dell’esperienza educativa, illustrando come la pedagogia abbia ridefinito la domanda, contrapponendo la logica della tecnologia – prestazione, efficienza, automazione – ai fini propri dell’educazione: crescita, autonomia, responsabilità, significato, relazione. Hanno richiamato Kant per ribadire che «è educativo ciò che accresce l’autonomia della persona», e hanno suggerito di considerare anche le capacità che l’AI non può sostituire: scegliere, formulare giudizi, decidere, riflettere, assumersi responsabilità, interpretare. Una parte centrale dell’intervento ha riguardato i rischi educativi legati all’uso non critico dell’AI: riduzione degli spazi di scelta e riflessione, delega, dipendenza. Le relatrici hanno affermato con chiarezza: «Quando l’AI sostituisce il pensiero, impoverisce l’esperienza educativa», proponendo quindi una visione dell’AI come supporto, non come sostituzione: l’AI genera possibilità, la persona attribuisce senso e significato. La mattinata è poi culminata in una tavola rotonda che ha riunito voci provenienti da enti di ricerca, cooperative sociali e reti nazionali del terzo settore, creando uno spazio di confronto vivo e plurale sulle implicazioni dell’intelligenza artificiale nel lavoro socio‑educativo. L’incontro si è concluso con un dibattito aperto, ricco di domande, osservazioni e riflessioni, che ha permesso di far emergere tanto le potenzialità quanto le questioni ancora aperte. In questa cornice, la prospettiva pedagogica ha orientato la discussione verso il futuro, indicando la necessità di proseguire con nuove ricerche, ulteriori sperimentazioni territoriali e percorsi condivisi di formazione e governance, affinché l’AI possa davvero contribuire a rafforzare la qualità dei servizi e delle relazioni educative.

Leggere i contesti educativi attraverso il corpo: la proposta CREDDI agli Stati Generali

Il 26 e 27 giugno 2026 presso il Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE) si è tenuto il Convegno “Stati Generali dell’Embodied Education: Università, Scuola, Territorio”. 

I docenti eCampus e membri del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione sociale (CREDDI) Daniela Maggi, Antonio Balestra, Cristiano Zappa, Giulia Rocchi e Paola Cortiana – hanno inviato il loro contributo dal titolo “Verso un Index for Embodied Education: una matrice preliminare di indicatori per la praticabilità inclusiva”.

Per il gruppo di ricerca è intervenuto in presenza Cristiano Zappa, dottorando di ricerca eCampus e anch’egli membro del CREDDI, che ha tenuto una relazione incentrata sul riconoscimento che l’applicazione didattica dell’Embodied Education non dipende esclusivamente dall’atteggiamento favorevole dei docenti, ma dalla configurazione integrata di fattori formativi, organizzativi, spaziali, metodologici e culturali, tali da condizionarne la praticabilità nei contesti educativi reali. Inoltre, si è soffermato a considerare come la matrice preliminare proposta si configuri come un dispositivo funzionale a rendere evidenti le condizioni che favoriscono o ostacolano l’EE nelle pratiche educative. Il convegno si è configurato, dunque, come un importante momento di ricognizione, sistematizzazione e consolidamento dell’EE, anche in prospettiva della Seconda Conferenza Nazionale Embodied Education che si terrà nel 2027. 

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Nuovi media, nuove competenze. Il contributo del CREDDI nel volume New literacies

È recentemente uscito, per i tipi di Scholé, il volume collettaneo “New literacies. Nuovi linguaggi, nuove competenze”, a cura di Anna Dipace e Paolo Raviolo, docente eCampus e Direttore del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione sociale (CREDDI). Dopo aver acquisito le competenze fondamentali legate alla scrittura, diventa necessario aprire lo sguardo verso forme di alfabetizzazione più complesse, quelle che oggi chiamiamo new literacies o alfabetizzazioni digitali. Non si tratta di un’aggiunta opzionale, ma di un passaggio ormai imprescindibile per abitare consapevolmente gli ambienti culturali e comunicativi contemporanei. Tuttavia, questo passaggio richiede la capacità di attraversare e superare una serie di timori profondi, quasi sedimentati nella memoria culturale dell’Occidente: paure che emergono ogni volta che un nuovo medium si affaccia sulla scena. È un movimento ricorrente, che risale ben oltre Platone e le sue diffidenze verso la scrittura, fino alle prime trasformazioni che hanno ridefinito il rapporto tra parola, memoria e conoscenza.

In questo senso, l’analisi delle new literacies non è solo un esercizio teorico, ma un dispositivo critico che permette di prendere distanza dai fantasmi distopici che i media contemporanei evocano con crescente frequenza. L’immaginario pubblico tende spesso a rappresentare le tecnologie emergenti come minacce, acceleratori di decadimento cognitivo o strumenti di alienazione. Guardare alle alfabetizzazioni digitali con uno sguardo più lucido significa invece riconoscere che ogni tecnologia porta con sé non solo rischi, ma anche possibilità: nuove forme di partecipazione, nuove modalità di costruzione del sapere, nuove occasioni per ripensare l’apprendimento. Da questa prospettiva, le tecnologie non vanno considerate come entità esterne e destabilizzanti, ma come strumenti che, se compresi e integrati criticamente, possono ampliare le pratiche educative. In aula, infatti, possono diventare leve per attivare processi di ricerca, per sostenere la collaborazione tra pari, per rendere visibili i percorsi di pensiero, per costruire ambienti di apprendimento più inclusivi e più aderenti alle forme di comunicazione che gli studenti già abitano nella loro vita quotidiana. Le new literacies, dunque, rappresentano ben più di un semplice aggiornamento tecnico, piuttosto un cambiamento culturale che invita a ripensare il ruolo della scuola, degli insegnanti e degli stessi studenti all’interno di un ecosistema comunicativo in continua trasformazione.

Il volume, che racchiude numerosi interventi, ospita anche contributi di Matteo Adamoli, Angelo Basta, Ilaria Terrenghi, docenti eCampus e membri del CREDDI.