Nel giro di pochi anni, l’Intelligenza Artificiale è passata dall’essere un tema di ricerca a una presenza quotidiana nelle vite dei bambini. Assistenti vocali, chatbot, piattaforme educative: strumenti che promettono immediatezza, personalizzazione, risposte sempre disponibili. Ma dietro questa apparente semplicità si muove un cambiamento profondo, che riguarda non solo la tecnologia, ma il modo stesso in cui i più piccoli imparano, comunicano, costruiscono la propria identità.
Il saggio “AI literacy as intercultural competence: an inclusive framework for early childhood in the post-digital age”, recentemente pubblicato sul prestigioso Journal of Inclusive Methodology and Technology in Learning and Teaching, di Matteo Adamoli e Michele Marangi, docenti eCampus e membri del Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione Sociale (CREDDI), parte da una constatazione netta: i modelli linguistici generativi – quelli che alimentano sistemi come ChatGPT, Gemini o Claude – non “pensano”, ma producono previsioni probabilistiche. È proprio questa fluidità linguistica, così convincente, a creare una nuova condizione cognitiva: l’epistemia, ovvero la sensazione di sapere senza aver realmente compreso. Per un adulto, questo può essere un rischio gestibile. Per un bambino, è un terreno scivoloso. I Proff. Adamoli e Marangi descrivono l’infanzia contemporanea come un osservatorio privilegiato per capire la trasformazione digitale. I bambini vivono in un ambiente in cui online e offline non sono più separabili: ogni gesto, ogni ricerca, ogni interazione passa attraverso piattaforme che raccolgono dati, profilano comportamenti, modellano preferenze.
La datafication – la trasformazione della vita in dati – non è un fenomeno astratto: significa che l’identità dei bambini si costruisce dentro architetture progettate per massimizzare l’engagement, e questo solleva questioni etiche enormi: chi controlla questi dati? Chi decide quali contenuti vengono mostrati? Quali bias culturali vengono incorporati negli algoritmi?
A tutto questo si aggiunge un’altra tensione: la velocità. La tecnologia accelera, mentre lo sviluppo cognitivo ed emotivo richiede tempo, lentezza, ripetizione. Il rischio è un cortocircuito che indebolisce funzioni essenziali come la concentrazione profonda, la capacità critica, la costruzione autonoma del pensiero. I bambini, soprattutto tra i 3 e gli 8 anni, attribuiscono facilmente intenzioni, emozioni e stati mentali agli oggetti. Quando un chatbot risponde con tono amichevole, quando un assistente vocale usa la prima persona, quando un personaggio digitale mostra empatia simulata, il confine tra simulazione e relazione si assottiglia. L’AI diventa un “quasi-altro”, un interlocutore che sembra capire, ascoltare, accompagnare. Ma non lo fa: imita. E questa imitazione, se non mediata da adulti competenti, può generare dipendenze affettive, confusione simbolica, sovrastima dell’autorità algoritmica.
Il cuore del saggio è una proposta forte: l’AI Literacy deve essere ripensata come competenza interculturale. Non basta insegnare ai bambini come funziona un algoritmo o come si scrive un prompt. Serve una alfabetizzazione che intrecci la comprensione dei meccanismi statistici dei modelli linguistici, la consapevolezza dei bias e delle asimmetrie di potere, la capacità di validare criticamente le risposte e l’empowerment, ovvero la possibilità di usare la tecnologia senza esserne dominati. Le ricerche citate dagli autori mostrano che l’uso consapevole dell’AI favorisce lo sviluppo di competenze interculturali: apertura, curiosità, capacità di decentramento. Ma questo accade solo quando la tecnologia è inserita in un percorso educativo intenzionale, non quando sostituisce la relazione. Un punto particolarmente interessante del saggio riguarda la distinzione tra “surface culture” e “deep culture”. L’AI è molto brava a riconoscere la prima: tradizioni, simboli, parole, comportamenti osservabili. Ma fallisce sistematicamente sulla seconda: valori, emozioni, impliciti culturali, sfumature affettive. Per questo, spiegano Adamoli e Marangi, l’AI rischia di riprodurre modelli dominanti – eurocentrici, anglofoni, standardizzati – che non rappresentano la pluralità dei bambini che vivono nelle nostre scuole e nei nostri servizi educativi. Senza una progettazione sensibile alle differenze, l’AI può diventare un dispositivo di assimilazione, non di inclusione.
Il saggio insiste su un punto decisivo: la qualità della mediazione adulta. Non basta “controllare” l’uso dei dispositivi; occorre accompagnare i bambini nella comprensione del funzionamento dell’AI, nella decodifica delle sue intenzioni apparenti, nella costruzione di un rapporto sano con la tecnologia. Educatori e genitori diventano architetti di senso, non tecnici. La loro funzione è garantire che l’AI non sostituisca la relazione, ma la arricchisca; che non imponga modelli culturali, ma apra spazi di confronto; che non generi dipendenza, ma favorisca autonomia.
Il contributo di Adamoli e Marangi si colloca dentro un dibattito internazionale che sta ridefinendo la cittadinanza digitale. L’AI non è solo uno strumento: è un ambiente. E come ogni ambiente, può essere abitato in modo consapevole o inconsapevole, critico o passivo, inclusivo o escludente. Per questo l’AI Literacy deve diventare una competenza fondamentale già nella prima infanzia: non per insegnare ai bambini a usare l’AI, ma per aiutarli a non esserne usati. In un mondo in cui la tecnologia parla, risponde, suggerisce, interpreta, l’educazione deve insegnare a fare una cosa semplice e rivoluzionaria: domandare, dubitare, scegliere.
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